• Dott. Carmine Casale

Invisibile


Invisibile è ciò che non si vede.

L’etimologia della parola rimanda al latino visibilem, da visus participio passato del verbo video, vedere, più la desinenza bilem che indica possibilità, capacita.

Il prefisso in indica una mancanza o negazione.

La parola visibile rimanda alla possibilità di vedere qualcosa.

La cecità non è solo fisica legata alla nostra funzione visiva, ma è anche psichica.

O meglio la possibilità di potere vedere.

“Di persone silenziose

Ce ne sono eccome Sono timide presenze Nascoste tra la gente”

Luca Carboni

Una persona invisibile cosa potrebbe esperire?

La solitudine, l'inadeguatezza, la colpa, la rabbia, la vergogna, o cos’altro?

Una persona invisibile, potrebbe percepire di non esistere.

Potrebbe avere l’impressione di non avere delle proprie radici, un fiore fuori dal terreno.

Potrebbe sentirsi leso nella propria individualità, fino a non riconoscere il proprio corpo, le proprie emozioni o i propri pensieri.

Potrebbe sentire angoscia, temendo la disintegrazione della propria psiche.

Chi sperimenta carenze cosi deleterie è come: “un’isola, una monade chiusa in una cella dell’esistere, in una prigione del mondo. In isolamento, perché, cosi si può ancora respirare” Vittorino Andreoli.

La solitudine accompagna spesso la sofferenza, ma non è imputabile quale causa stessa del malessere.

Comunque condividere la propria solitudine in caso di malessere ha già di per se un effetto di “cura”.

Zygmunt Bauman scrisse: “Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere , creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione”.

Fino ad ora mi sono riferito a persone con aspetti clinici molto importanti, persone non viste come individui che godono di una propria distinta unicità.

Persone non visto in quanto uniche, che hanno proprie caratteristiche e bisogni.

Cos’altro potrebbe non essere visto?

Un proprio talento, i nostri ideali o la propria sessualità.

Hillman afferma che in noi c’è un “Daimon”, ossia demone, un talento che cova in noi e spinge per una sua realizzazione.

Ciascuno ha il proprio talento, intuire quale sia e nutrirlo è ciò che da senso al nostro essere e da cui dipende la nostra felicità e il nostro equilibrio.

“ Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene; Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione” Massimo Gramellini.

Tutti abbiamo bisogno di amore e di un posto “caldo” dove potere sperimentarsi e costruire la propria identità.

Cerchiamo conforto e nutrimento emotivo, abbiamo bisogno di terreno favorevole, questo soprattutto in anni dove i nostri bisogni sono legati alla cura altrui.

Tale terreno favorevole è necessario per tutta la nostra esistenza, ma nei nostri primi anni è veramente fondamentale.

Avendo: la possibilità di sperimentare i propri bisogni, il diritto di essere accuditi, la possibilità di essere soggetti d’amore e non mezzi, sentendo fiducia nei propri mezzi, avendo il diritto di sentirsi liberi di scelta, sentendo amore non condizionato; apprendiamo ad amare e amarci.

Invisibile è qualcosa che non può vedersi, quindi chi non vede non ne ha la possibilità.

Se ho negato i miei bisogni: non potrò vederne negli altri.

Chi ha sacrificato un proprio talento, ignorandolo, non percependolo, negandolo: avrà difficoltà a pensare che altri abbiano ciò che loro stessi ignorano.

Chi non vede ciò che in lui più premere, avrà difficoltà, una vera e propria cecità, verso quel elemento nel mondo esterno.

“il proprio sé è ben nascosto da se stessi; di tutte le miniere di tesori, quella del sé è l’ultima ad essere scavata” Friedrich Nietzsche.

Carmine Casale

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